Ora fingo di essere una persona seria e provo a introdurre un concetto molto noto e davvero interessante. La teoria della Gestalt è una teoria psicologica complessa che riguarda la percezione. Non ho la competenza per addentrarmi troppo nel merito, quindi mi limito a quello che ci serve davvero: le sue applicazioni pratiche in fotografia. Se poi l'argomento vi appassiona, di materiale serio ne trovate in abbondanza.
Nel nostro campo possiamo riassumere tutto con un'idea semplice, anche se detta così sembra il contrario: il tutto è diverso, e superiore, rispetto alla somma delle sue parti. Tradotto in pratica significa che chi guarda una fotografia non vede una collezione di oggetti separati, vede forme e relazioni. Capire come funziona questo meccanismo è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per comporre immagini leggibili.
Il tutto è più della somma delle parti
La nostra percezione visiva cerca continuamente di raggruppare gli elementi in base alle loro caratteristiche, alla loro posizione e soprattutto alle loro relazioni. Davanti a una scena complessa il cervello non elabora ogni dettaglio uno per uno, ma semplifica, organizza e cerca le forme più chiare che la rappresentano. Il fotografo che lo sa può comporre lo scatto assecondando questo processo, invece di combatterlo.
La Gestalt ha codificato questo comportamento in una serie di leggi della percezione. Non sono regole da applicare a tavolino, sono il modo in cui leggiamo le immagini, che ne siamo consapevoli o no. Vediamo quelle che si declinano meglio nel nostro lavoro.
Le leggi della Gestalt utili al fotografo
- Vicinanza: gli elementi vicini vengono raggruppati e letti come un insieme unico. Un gruppo di sassi ravvicinati, ad esempio, visivamente diventa un solo elemento e non tanti piccoli soggetti dispersi.
- Somiglianza: tendiamo a raggruppare mentalmente gli elementi che si assomigliano, considerandoli parte dello stesso insieme anche quando sono distanti tra loro.
- Chiusura: elementi accostati vengono percepiti come una figura chiusa. Tre alberi disposti a triangolo li leggiamo, prima ancora che come alberi, come la forma geometrica che racchiudono.
- Semplicità: raggruppiamo gli elementi nella figura più semplice possibile. Per questo tendiamo a vedere linee e triangoli, non solidi complicati.
- Destino comune: ci aspettiamo che elementi simili nell'immagine si comportino tutti allo stesso modo. Sfruttata al contrario, è preziosa: un elemento che rompe lo schema salta subito all'occhio e diventa il soggetto.
- Buona continuazione: se nulla lo smentisce, diamo per scontato che linee e forme proseguano oltre i limiti dell'inquadratura. È utilissima per suggerire spazio e profondità, ed è uno dei modi con cui costruiamo i percorsi visivi che approfondisco nel corso di composizione avanzata.
- Segregazione (figura e sfondo): perché un soggetto venga percepito deve emergere dallo sfondo. È forse la più operativa di tutte, e la riprendiamo qui sotto.
Esistono tante varianti e spiegazioni di questa teoria, ma queste sono quelle che trovo più immediate da usare con la fotocamera in mano. Quasi tutte le ritroviamo anche quando posizioniamo il soggetto con la regola dei terzi, segno che, come spesso accade, tutto si lega.
Figura e sfondo: far emergere il soggetto
La legge della segregazione merita un discorso a parte perché è quella che usiamo di più, spesso senza chiamarla per nome. Un soggetto che si confonde con lo sfondo non viene letto come soggetto, e l'immagine perde il suo punto di forza. Il nostro compito è aiutarlo a staccarsi.
Gli espedienti sono tanti. Il più semplice è ridurre la profondità di campo: aprendo il diaframma lo sfondo diventa morbido e il soggetto a fuoco emerge con evidenza. Ma funzionano altrettanto bene il contrasto di luce, l'opposizione di colore, lo spazio vuoto attorno al soggetto. Imparare a riconoscere e costruire questi stacchi è esattamente il tipo di sguardo che si allena nel corso di lettura dell'immagine.
Come allenare lo sguardo alla Gestalt
La buona notizia è che non serve studiare a memoria le leggi per usarle. Servono pochi gesti che, ripetuti, diventano automatici. Il primo è guardare la scena prima di alzare la fotocamera. Spesso siamo così presi dal soggetto che dimentichiamo tutto il resto, e il resto è esattamente ciò che il cervello userà per raggruppare e leggere l'immagine.
Un trucco che insegno sempre è socchiudere gli occhi davanti alla scena. Riducendo il dettaglio, restano solo le masse principali, le zone chiare e quelle scure, le forme dominanti. È il modo più rapido per vedere quello che vedrà chi guarda la foto: se a occhi socchiusi il soggetto non emerge, non emergerà nemmeno nello scatto, e bisogna intervenire sulla composizione o sulla luce.
Il secondo gesto è chiedersi, prima di scattare, quali elementi la mente raggrupperà. Ci sono linee che continuano oltre il bordo? Forme che si chiudono in una figura? Un elemento che rompe lo schema e quindi attira l'occhio? Decidere consapevolmente questi raggruppamenti significa comporre, non solo inquadrare. E quasi sempre la risposta porta nella stessa direzione: togliere il superfluo. Una scena più semplice è una scena che la mente legge senza fatica, e una foto leggibile è già a metà strada dall'essere una buona foto.
Il terzo gesto è verificare dopo lo scatto, sul display, con lo stesso sguardo socchiuso. Se l'occhio si perde, se non sa dove andare, manca un raggruppamento chiaro o un soggetto che emerge dallo sfondo. Sono correzioni che si fanno sul posto, in pochi secondi, e che cambiano completamente il risultato finale.
Un esempio sul campo
Anni fa, attraversando Yellowstone in inverno tra i vapori delle pozze termali, mi si è palesata davanti una scena che non potevo fermarmi a fotografare con calma: ho scattato dal finestrino, di getto. In quell'immagine il concetto di foresta è perfettamente rappresentato pur vedendo relativamente pochi alberi. La nostra mente completa il resto: immagina che l'ambiente continui ben oltre l'inquadratura, anche se non è detto che fosse davvero così.
È la prova pratica di due cose insieme. Da un lato, non mettere confini netti dilata la percezione di ciò che mostriamo. Dall'altro, fotografare solo una parte di una scena non significa ridurla: spesso significa renderla più forte. Semplificare, lasciando che sia chi guarda a chiudere le forme e a proseguire le linee, è quasi sempre una buona idea. E ogni tanto, lo ammetto, anche un finestrino sa essere un buon punto di scatto.
Domande frequenti
Che cos'è la teoria della Gestalt in fotografia?
È l'insieme delle leggi che spiegano come il cervello organizza ciò che vede in forme unitarie invece che in elementi isolati. In fotografia ci aiuta a capire perché alcune immagini risultano subito leggibili e altre confuse, e a comporre lo scatto guidando la percezione di chi guarda.
Quali sono le principali leggi della Gestalt?
Le più utili per il fotografo sono la vicinanza, la somiglianza, la continuità, la chiusura e il rapporto figura sfondo. Ognuna descrive un modo con cui l'occhio raggruppa o separa gli elementi dentro l'inquadratura.
Come si applica la Gestalt alla composizione?
Si usa per decidere cosa avvicinare o allontanare nell'inquadratura, come separare il soggetto dallo sfondo e come creare percorsi visivi che accompagnano l'occhio. In pratica significa comporre pensando a come la mente leggerà l'immagine, non solo a cosa c'è nella scena.
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